............... C'era una volta un palazzo dove viveva un ricco sultano.............

Contrariamente a quanto ancor oggi molti ritengono, il musulmano non può sposare quante donne vuole. Sono pochi, e i più retrivi, i paesi della penisola arabica in cui è ancora in vigore il numero massimo di quattro mogli concesso dal Corano.
E ancora: la legislazione appoggia la donna e pretende un assoluto rispetto per lei. Se decide di divorziare o se il marito chiede il divorzio, essa ha finanziariamente la meglio e se ne va con una parte del patrimonio del marito, oltre alla dote portata e a tutti i propri averi. Comunque, nei paesi musulmani del giusto mezzo è sempre stata preferita la monogamia. E' pur vero che il Corano autorizzò quattro mogli, ma erano permesse solo se l'uomo aveva i mezzi per poterle alloggiare in appartamenti separati di modo che ciascuna potesse godere d'un tenore di vita uguale a quello delle altre. Pochi uomini hanno più di una moglie. Solo i più ricchi.

Non è nemmeno vero, infine, che la donna sia considerata poco o nulla: essa è sullo stesso piano dell'uomo sia nella vita civile che in quella religiosa.
-BENINTESO, QUESTO E' CIO' CHE PREDICA IL CORANO: VI SONO USI E COSTUMI LOCALI PIU' FORTI DELL'ISLAM STESSO!-
L'eguaglianza fra uomo e donna emerge da molti versetti coranici (33,35; 2,187; 30,21; 3,195, ecc.). E numerosi sono i versetti coranici che tutelano la donna, la sua fragilità, i suoi interessi, i suoi sentimenti (5,5; 4,3-4,20-25; 24,32-33, ecc.).


 

Colui che sognava harem con cinquanta mogli, pronte ai suoi cenni, schiavizzate tra profumi e sapori intensi, si troverà deluso. Ma un'altra delusione aspetta chi si affida troppo ai racconti dei molti viaggiatori che nei secoli scorsi ha dipinto la Turchia a tinte fosche: le donne dell'harem non erano così prigioniere come certi scrittori ci hanno voluto far credere. Una donna, Lady Mary Wortley-Montagu (Letters, Londra 1763) nell' aprile del 1717 scriveva:
" Le donne sono padrone del proprio denaro, che prendono con loro al momento del divorzio, oltre alla somma che il marito è obbligato a versare. Regnano come regine sulle loro schiave che i mariti non hanno mai il permesso di guardare. La legge, è vero, che permetterebbe agli uomini di avere quattro mogli, ma un uomo di qualità non approfitta mai di questa libertà, che nessuna donna di classe sopporterebbe."
In modo più generale il celebre scrittore francese Gérard de Nerval così chiarificò la posizione della donna nell'Islam ottomano:

"Per lungo tempo s'è creduto che l'Islam collocasse la donna in una posizione di molto inferiore a quella dell'uomo facendone per così dire la schiava del marito. E' un concetto che non regge ad un esame serio dei costumi orientali. Bisognerebbe dire piuttosto che Maometto ha reso la condizione delle donne di gran lunga migliore di quanto non lo fosse prima di lui. Maometto dichiara che la donna è la gloria dell'uomo".
Anche l'orientalista Armin Vambery nel suo Keleti élétképek (Budapest 1876) scrive, dedicato alle donne:
"Noi Europei, nella nostra opinione generalizzata sugli Orientali, fraintendiamo in particolare la posizione specifica delle donne nella società, ritenendo che a causa di leggi inumane dell'harem esse siano del tutto inferiori, dominate tirannicamente, del tutto indifese, di modo che sarebbero solo l'oggetto del capriccio del loro signore, senza volontà propria o valore. Questo punto di vista è completamente sbagliato!"



L'organizzazione dell'harem sopratt
utto in ambito turco non deriva in modo assoluto dalle leggi coraniche. L'uso sussisteva a Istàmbul da tempo: presso i Bizantini l'istituzione del gineceo era in atto da secoli, e forse il suo esempio dovette contribuire non poco all'istituzione ottomana.
 

Harem viene dall'arabo harim, che significa (luogo) proibito, sacro, inviolabile. L'harem ottomano era collocato tre le stanze private del sultano e l'alloggio del capo degli eunuchi neri.
L'insieme dell'harem-i comprendeva circa quattrocento vani, disposti attorno al cortiletto e all'appartamento della madre del sultano. Gli ingressi erano sorvegliati da eunuchi neri e vi alloggiava il loro capo. Durante la notte l'interno dell'harem era sorvegliato solo dalle guardiane, dato che perfino agli eunuchi era proibito entrarvi.
Tra gli appartamenti il più grande, dopo quello del sultano, era l'appartamento di sua madre, vera imperatrice, direttrice e padrona dell'harem.


IL SULTANO
Capo supremo è il sultano.
Tutti i sudditi sono eguali davanti al sultano, unico dispensatore delle alte cariche religiose e laiche. In linea di massima il trono non è direttamente ereditato dal figlio del sovrano defunto, ma -a partire dal XVII secolo- dal membro più anziano della famiglia. Le madri stesse dei sultani e le loro donne sono del pari schiave senza retroterra di parenti da gratificare, e il più delle volte giungono agli splendori del Palazzo da umili origini; e cosi anche gli ammiragli e i ministri.

LE DONNE DEL SULTANO
Con l'avvento al trono di Maometto il Conquistatore venne istituito l'harem imperiale, popolato da schiave di varie nazionalità, fra le quali il sultano sceglieva la propria donna o le sue favorite. Queste donne, come le altre dell'harem, erano scelte con molta cura, approvate dalla validè sultàn, istruite in varie arti e discipline.
Fu così che l'harem di Istànbul si riempì di splendide ragazze caucasiche, circasse, abkhase, ma anche russe, italiane, francesi, spagnole, ungheresi, jugoslave, romene e austriache.
Nei primi tempi del dominio ottomano la signora veniva chiamata hàtùn. A partire dal XVI secolo col termine kaden efendi (signora). Questo titolo spettava alle donne scelte dal sultano, una o più, sino a quattro. Oltre a queste poteva esserci una favorita e a volte più d'una. Avevano anch'esse un appartamento privato nell'harem, una carrozza, una barca, un seguito di cameriere.

Anche i sultani che amavano più di una donna dovevano sottostare ad una severa etichetta, che regolava le loro notti d'amore secondo un ordine ben definito. Il turno era fissato secondo la legge coranica in base alla quale il marito deve soddisfare tutte in modo paritario.
La donna si recava nella camera del sultano; naturalmente non erano mai ammesse due donne contemporaneamente, ed è falsa la notizia che la donna doveva entrare nel letto dell'uomo strisciando dal fondo. Inventato anche l'aneddoto secondo il quale le donne si schieravano in attesa della visita del sultano, e questi passava davanti a loro lanciando un fazzoletto a quella che sceglieva per la notte. Lo scrisse anche la sultana Hafiza (1679-1730):
"L'affermazione che il sultano getta un fazzoletto alla giovane che preferisce è del tutto falsa. Il sultano chiede al capo degli eunuchi neri di chiamare la donna destinata, che le cameriere conducono al bagno, profumano e acconciano elegantemente con abiti adatti alla circostanza. Il sultano manda poi un dono alla ragazza, e poi va nella sua stanza".

Con buona pace dei sognatori che popolano l'harem d'orge e di baccanali, del tutto contrari invece alla Legge islamica. La tabella che regolava il succedersi delle varie donne nella camera del sultano notte dopo notte era tenuta dalla tesoriera in capo e conosciuta da tutti.
Tuttavia con alcuni sultani la vita nell'harem fu meno convenzionale.

LE ODALISCHE
Ogni componente femminile dell'harem di Istànbul proveniva o dal mercato degli schiavi, o da un territorio di recente conquistato, quale preda di guerra; o era un dono fatto al sultano da sua madre, o dalle sue sorelle o da un alto funzionario dello Stato, che per solito provvedevano a una prima educazione della ragazza. Per la massima parte si trattava di ragazza accuratamente scelte, non comuni per bellezza e altre doti. Le schiave erano in genere circasse, abkhase o georgiane.
"Odalisca" significa "cameriera" (da oda= stanza). Ve ne erano di tre tipi: quelle relativamente anziane, adibite al basso servizi
o; altre acquistate ancora bambine, all'età di cinque o sei anni, alle quali nel Palazzo venivano insegnate musica, danza, etichetta e letteratura; e infine le più belle, le più care, fra i quindici e i vent'anni. Giunte a Palazzo, ricevevano un nuovo nome, una ulteriore istruzione. Tutte dovevano studiare bene il turco, saper leggere il Corano e conoscere storia turca e religione islamica. Diventavano allora "novizie"; col passare del tempo sarebbero divenute kalfa, e semmai alla fine usta.
Tutte le odalische, dall'ultima novizia alla tesoriera in capo, percepivano un salario giornaliero in aspri d'argento, a seconda delle rispettive mansioni, mentre il loro abbigliamento era pagato dal Tesoro; in occasioni di feste e di nascite ricevevano doni anche ricchi.
Tutte le domestiche, dopo nove anni di servizio, potevano lasciare il Palazzo, se lo volevano, e anche sposarsi; veniva rilasciato loro un "certificato di liberazione". A quelle che si sposavano, oltre ai doni delle amiche e della validè, venivano dati un anello di diamanti, orecchini di diamanti, un orologio d'oro, portabicchieri d'argento, due cucchiai e il corredo per la casa; ma quante se ne andavano dopo un servizio più prolungato (diciotto anni e più) ricevevano anche case e terreni, oppure pensioni.
Le odalische vergini, o apprendiste, vivevano in due appartamenti separati dal resto dell'harem, dove cucivano, ricamavano, studiavano o si rendevano utili in altri modi. Imparavano musica, danza o canto e le regole dell'etichetta di corte. La validè sultàn sceglieva fra queste il proprio seguito.
Divenute più abili nelle rispettive mansioni, venivano chiamate kalfa. A seconda delle loro qualità e della loro bellezza venivano destinate al servizio negli alloggi del sultano, delle "signore" del sultano, della validè, dei prìncipi, delle favorite. Vi erano tre gradi di kalfa; e di solito il sultano stesso sceglieva quelle di primo grado, che sapevano suonare, cantare, scrivere poesie e ammaestrare le apprendiste. Quelle di secondo grado dirigevano le novizie e le cameriere comuni. Quelle di terzo grado servivano le prime e le seconde.
Le odalische alternavano una settimana di lavoro ad una di riposo, con turni rigidamente fissati che iniziavano ogni venerdì. Ogni notte un gruppo di kalfa, dalle 15 alle 20,
sorvegliava gli alloggi e pattugliava tutte le stanze e i giardini. Ogni giovedì si procedeva alle pulizie comuni, e all'inizio di ogni mese le cameriere comuni si dedicavano alle pulizie generali.

Ora analizziamo i diversi tipi di odalische in base alle loro mansioni:

Le odalische di più alto grado, eran dette usta (dall'arabo ustaz= professore, maestro). Servivano di persona il sultano, ricevevano stipendi consistenti, potevano dimettersi quando lo desideravano.
Fra quelle più importanti erano le haznedar (tesoriere). Scelte dal sultano, il loro numero variava tra le quindici e le venti. A volte intervenivano anche negli affari generali dell'harem e amministravano pure i capitali delle principesse e dei prìncipi. Alla morte del sultano le altre cameriere potevano rimanere al servizio del successore, ma non le tesoriere.

L'assaggiatrice in capo, era responsabile delle odalische che servivano l'imperatore a tavola; assaggiava i cibi e durante tutto il pasto rimaneva in piedi alle spalle del sultano.
L'addetta alla biancheria, era responsabile del buon mantenimento delle vesti del sultano e dirigeva le lavandaie.
La ibriktar usta dirigeva le ragazze che accudivano il sultano durante il bagno.
La berber usta sovrintendeva alle donne-barbiere e agli oggetti per la rasature del sultano.
La kahveci usta sorvegliava le ragazze che preparavano il caffé al sultano e le stoviglie necessarie. Il caffé era servito al monarca con una cerimonia speciale.
Le kadehkar kaden erano le coppiere, mentre le kutucu usta erano le cameriere personali delle donne, delle figlie e delle favorite del sultano.
La kilerci usta sorvegliava le dispensiere.

Questi erano i compiti di servizio. C'erano poi quelli amministrativi, e a capo di quante se ne occupavano c'era la saray usta, sorta di maestra delle cerimonie in tutte le occasioni, matrimoni, nascite, festività.
In questo ambito l'organizzazione dell'harem seguiva passo passo quella del Palazzo imperiale, e puntualmente ad ogni funzionario di Stato corrispondeva una donna con eguali mansioni nel reparto femminile.
Abbiamo così la caposegretaria che aveva la responsabilità della disciplina, dell'ordine e del protocollo. Aveva pur essa quattro assistenti.
La vekil usta era una sorta di prefetto, di procuratore, che sovrintendeva alle odalische, fra le quali veniva scelta.
Veniva poi la capoinfermiera con un'assistente.
Poco più importanti, ma più amate dai sultani che esse avevano visto nascere, erano le levatrici; e del pari amate le balie, scelte in famiglie di particolare qualità.
Molto considerate erano le bambinaie, le uniche che, come le nutrici, potessero prendere in braccio figli e figlie dei sultani.
Di pari importanza era la kahya kaden, la donna funzionario di più alto grado nell'harem. Era una sorta di sovrintendente di corporazione, in grado di dirigere le cameriere raggruppate nelle varie funzioni.
Poi c'era la funzionaria dell'harem addetta al servizio delle principesse sposate e dei prìncipi.
Infine le musahip kaden facevano parte del seguito personale del sultano, e dovevano naturalmente dar prova di qualità straordinarie, inclusi brio, cultura, spirito e gentilezza.

In definitiva la vita nell'harem era si una vita di lusso, di agi, ma non di stravizi, dissolutezze e snervanti piaceri come hanno fatto credere i molti viaggiatoridei secoli passati.
Ci fu, certo, anche l'altro lato della medaglia; c'erano sicuramente anche modi di sfuggire alla disciplina ferrea e alla più accurata delle sorveglianze!



Naturalmente nell'harem non si viveva di sola etichetta. Non si trattava soltanto di stirare gli abiti del sultano o di lavare per terra ogni giovedì mattina.
Le possibilità di divertimento nell'harem erano numerosissime. V'erano cerimonie, ricevimenti, giochi, danze, concerti...

LE NASCITE
I festeggiamenti per le nascite dei figli e delle figlie del sultano erano i più frequenti.
Il letto della partoriente era particolarmente decorato, ma ben di più la culla del neonato, ordinata dalla validè e il più delle volte fatta appositamente. Di legno laminato d'oro, spesso ornata con diamanti e altre pietre preziose.
Appena il bambino era nato ne veniva data la notizia. Allora in ogni sezione del Palazzo venivano sacrificati cinque montoni se il neonato era maschio, tre se era femmina. Al contempo il cannone dal lato mare sparava a salve. Il gran visir si precipitava a Palazzo e andava a congratularsi col sultano.
Uno dei funzionari del sultano dava allora speciali disposizioni al capo dei banditori di Istànbul, e i banditori portavano per tutta la città la notizia, diffusa poi per tutto l'Impero. La gente per solito si raccoglieva nelle moschee per una preghiera e al suono delle bande militari avevano luogo i festeggiamenti, più o meno importanti. I poeti accorrevano a corte portando cronogrammi scritti per l'occasione.
E l'harem... l'harem si riempiva di luci e di suoni, lanterne, lampade e torce ardevano tutte le notti, dentro e fuori dal Palazzo. Tutto uno scintillio di colori, una gaiezza e una festa a volte ai limiti dello sperpero. Anche la città veniva ornata con decorazioni consistenti in larga parte in luminarie e in fuochi d'artificio di grande qualità, nella cui fabbricazione i Turchi, al pari dei cinesi, erano maestri.
I festeggiamenti per le nascite duravano circa cinque giorni.

MATRIMONI E CIRCONCISIONI
Altre feste di grande sfarzo erano quelle per la circoncisione dei figli, per il matrimonio delle figlie, per l'incoronazione del sultano.
Ancor più fastose eran le feste, e imponenti i cortei, per la circoncisione del primo figlio del sultano.

CELEBRAZIONI RELIGIOSE
Alle grandi festività l'harem partecipava in due modi: aiutando nei preparativi e assistendovi da palchi appositamente allestiti. V'erano però, lungo il corso dell'anno, anche altre cerimonie ed altre festività, religiose queste, cui le donne dell'harem partecipavano.
Anzitutto la preghiera del venerdì. A mezzogiorno si formava un corteo pubblico, che accompagnava il sultano alla moschea.
Durante il mese di ramadhàn i cerimoniali religiosi erano maggiormente osservati. La prima notte di Ramadhàn trascorreva nella preghiera. Poi il cannone annunciava l'inizio del digiuno. A mezzogiorno un teologo teneva un sermone in ogni nucleo dell'harem. La sera, allo sparo del cannone, il digiuno veniva rotto con una limonata, sciroppi, datteri e miele, prima di dare inizio al pasto vero e proprio.
A questo punto il sultano invitava dignitari e ospiti di gran lignaggio, e per contro la validè sultàn e le donne dell'harem ospitavano le spose dei dignitari. Dopo la preghiera le donne dell'harem e le loro ospiti potevano essere intrattenute con canti, musiche. Per la festa della fine del Ramadhàn, dopo la preghiera il sultano visitava l'harem, distribuendo doni a tutti e in particolare cercando di appianare lagnanze e eventuali questioni.

Nel Palazzo venivano celebrate spesso quelle feste religiose che comportavano anche cerimonie notturne al lume di candela. Il sultano riceveva ospiti e dignitari per uno scambio di auguri, seduto in trono, affiancato dai figli, con le principesse e le donne dell'harem alle spalle, su cuscini. Era d'obbligo per il sultano visitare la validè e le donne dell'harem durante le festività per la "notte del destino" (quando il profeta Maometto ricevette la prima rivelazione del Corano); per la "nascita del Profeta"; per la "notte dell'Ascesa" (durante la quale il Profeta compì un viaggio mistico); e per la "festa del sacrificio" che rammenta il sacrificio di Abramo. In queste occasioni si regalavano soprattutto oggetti e monili in filigrana d'argento e d'oro.

INTRATTENIMENTI E FESTE PROFANE
Oltre alle feste religiose, alle feste per i fidanzamenti e i matrimoni, ve n'erano ancora altre di carattere profano.
Ad esempio la festa per il nuovo anno persiano, festeggiato con l'inizio della primavera. Si organizzavano banchetti, recite, giochi, il sultano scambiava gli auguri con tutti i dignitari, e poi con le donne dell'harem.

Vi erano poi le scampagnate; per solito alle "acque dolci" d'Europa o d'Asia, e cioè nei prati alle foci dei piccoli fiumi che lungo il Bosforo si gettano in mare. Siccome le donne dell'harem erano molte, le gite venivano organizzate a turni. Le donne vi si recavano in carrozza, e trovavano già ad accoglierle tende collegate da passaggi fra teli tesi, dove si ascoltavano musiche assaporando sciroppi e dolci.

Altra occasione di festa era la halvet (ritiro, festa appartata); veniva organizzata nei giardini del Palazzo, e il sultano assisteva con le sue donne a giochi, musiche o spettacoli organizzati dalle odalische.

Analoghe erano le feste in occasione degli spostamenti della corte nei palazzi estivi.

LA MUSICA E LA DANZA
Abbiamo visto che nelle feste non mancava mai la musica, tanto quella della banda militare, quanto quella delle orchestre di odalische.
Nel Palazzo vi era la sala da musica, dove solo gli insegnanti e le studentesse potevano avervi accesso, e naturalmente le persone addette alle pulizie. Alcune fra le migliori allieve potevano perfino recarsi a studiare in casa dei più famosi maestri, accompagnate da due donne anziane.
Nell'harem, da sempre, avevano luogo piccoli concerti, serate di canto,
spettacoli teatrali tipicamente turchi. Sopratutto apprezzata era la danza. Il corpo di ballo era composto da dieci danzatrici più una capodanzatrice e un'apprendista. In particolare eseguivano la danza kocek (che nel resto del paese era eseguita invece da giovanotti vestiti da donna), caratterizzata da sonagli d'ottone alle dita, o da nacchere; oppure la tavsan oyunu (danza del coniglio). Per ogni tipo di danza le ballerine vestivano costumi tradizionali, caratteristici di ciascuna.
Oltre alle danzatrici e alle musiciste dell'harem ne venivano di tanto in tanto anche di esterne. Ad esempio la famosa ballerina di Istànbul, Akide Kolu, fu invitata più volte all'harem.

LE BIBLIOTECHE
Nel Palazzo vi erano circa sei biblioteche, fra le quali la splendita biblioteca di Ahmed III, edificata nel 1718, dove erano raccolti circa 6000 manoscritti di gran pregio.
Nell'Harem ce n'erano tre, ben distinte. Può parere strano ai detrattori dell'Islàm questo amore turco per il libro anche fra le donne, ma si pensi che nella città vi furono, sin dai primi tempi degli Ottomani, venti biblioteche pubbliche riccamente dotate.




tratto da : Storia dell'harem di Gabriele Mandel edizione Rusconi


 

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